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On the top of Australia on the last day

ITALIANO – (English see later)

Siamo ormai molto vicini alla conclusione del nostro viaggio. La distanza da coprire in linea d’aria è di circa 500 km, che decidiamo di allungare sensibilimente e dividere in due parti. La nostra ultima tappa è il picco del continente, i 2228 m del monte Kosciuszko in New South Wales; impiegheremo circa mezza giornata a raggiungerlo dal Lake Eildon National Park. Lasciato il parco la mattina, ci dirigiamo verso la Hume Highway, per risalirla verso nord per un paio di centinaia di km. Sosta per una pausa pranzo a Glenrowan, un piccolo villaggio lungo l’autostrada che ospita una gigantografia di Ned Kelly, una figura storica per questo paese. Ned Kelly era un bushranger, un fuorilegge; ovviamente, essendo un fuorilegge diventato leggenda doveva star simpatico a qualcuno e antipatico, molto antipatico, a qualcun altro. Essendo di origine irlandese, non vedeva di buon occhio la classe abbiente anglo-australiana che cercava di dettare le regole, ribellandosi e diventando un idolo popolare. Curioso entrare in un piccolo villaggio (dove il nostro eroe è stato assassinato) e vederne una statua con tanto di saloon che mette in scena da anni l’episodio della sua uccisione: cosa non si fa per attirare turisti! Una bella lezione ad altri paesi, come il mio per esempio, dove un patrimonio inestimabile è lasciato a se stesso a marcire. E’ anche interessante confrontarsi con Katie sugli episodi della nostra storia: è vero che un europeo è portato a diffidare o minimizzare questo tipo di storia, ma se si vuole capire un paese giovane e tuttora in formazione come l’Australia di qui bisogna passare. Leggende come quella di Ned Kelly, o il cane sulla scatola del cibo (orribile traduzione di “The dog on the tuckerbox”) che abbiamo visto il primo giorno del nostro viaggio (che bella quasi simmetria!) fanno parte della popolarità, e aiutano a capire l’attaccamento a certe usanze (anche se si corre il rischio di stereotipare tutto).

Lasciamo Ned Kelly al suo destino, e ci rimettiamo in viaggio. All’altezza di Wodonga lasciamo ancora l’autostrada, costeggiamo il lago Hume e ci dirigiamo verso le montagne nevose (Snowy mountains) lungo la via alpina, un po’ il passo dello Stelvio delle alpi australiane. La strada è meravigliosa, un lungo nastro che si svolge tutto all’interno di grandi valloni, con una pendenza non molto ripida che ti da il tempo di abituarti all’idea che stai salendo parecchio in alto. Gli ultimi 50 km della giornata, da Khancoban a sono abbastanza impegnativi, la strada ora raggiunge pendenze del 10% ed è molto stretta. Saliamo sul versante ovest della valle, e guidando sulla sinistra abbiamo lo strapiombo sempre a pochi metri da noi; mano a mano che ci addentriamo nel Mount Kosciuszko national park il paesaggio diventa sempre più alpino e idilliaco, siamo immersi nel verde, e ad ogni angolo in cui svoltiamo spaventiamo sempre qualche uccello coloratissimo che se la fila via. Nella nostra salita verso il passo ci fermiamo ad un punto panoramico per fare un po’ di foto, preoccupandoci per l’ora un po’ tarda che si è fatta: in effetti non possiamo fare meglio che tenere una media di 40 km/h da circa 2 ore, e quello che sulla carta sembra essere pochi cm si rivela essere un tratto abbastanza lungo. Ad un certo punto cominciamo a vedere segnali lungo la via che indicano zone di campeggio; ci fermiamo al primo, sul lato di un fiume ingrossato dallo sciogliersi delle nevi che ancora ricoprono le cime delle montagne intorno. All’inizio non vediamo nessuno intorno a noi: pensiamo che il luogo sia deserto, nonostante indicato come campeggio del parco nazionale (e quindi a pagamento in questo stato), ma addentrandoci nella boscaglia e allontanandoci sempre più dalla strada ci rendiamo conto che ogni singola area è occupata. Non è un caso: è un altro posto meraviglioso, da copertina. Io qui ci verrei per un ritiro spirituale per una settimana due o tre volte all’anno; è a dir poco meraviglioso, un posto immerso nella vegetazione più rigogliosa, percorso in lungo e in largo dal tuonare del fiume e dalle acute risate di quelli che ho eletto essere i miei uccelli preferiti, i kookaburra. Davero un peccato non trovare posto; delusi, allo stesso tempo leggermente preoccupati perchè il Sole sta ormai calando dietro le silouette delle montagne e non abbiamo ancora trovato un posto dove accamparci, proseguiamo lungo la via che porta a Thredbo, ma fortunatamente troviamo un’altra area campeggio dopo pochi km, e ci accampiamo. Anche qui c’è parecchia gente, ma l’area è molto più grande, non è compresa nel parco nazionale e quindi interamente gratuita (certo, nessun tipo di servizi). Ma il gioco è valso la candela; che spettacolo! Ci defiliamo dagli altri campeggiatori, e sbuchiamo in una rada di (abbastanza) alta quota, in cui gli unici spettatori interessati (ma neanche tanto) ai nostri movimenti sono i canguri, tanti canguri, una marea di canguri, che popolano per intero lo spiazzo di erba verdissima davanti a noi colorandolo di macchie grige che si sperdono all’orizzonte. Dobbiamo esserci fermati su una via di comunicazione: è successo due volte durante le ultime ore di luce in cui stavamo organizzando l’accampamento, che gruppetti di canguri uscissero dalla boscaglia e si fermassero impietriti davanti a noi. Si fermano di colpo, orecchie su, occhi che giran a destra e sinistra ragionando sul da farsi, e poi ci girano attorno stando attenti a non interferire. Sono troppo simpatici.

Montiamo la tenda in un batter d’occhio (ormai siamo sotto al minuto, possiamo partecipare alle olimpiadi) e prepariamo la cena; la serata è magnifica, un po’ fradda ma memorabile. Il cielo è chiaro, stellato, con una mezza luna che illumina il paesaggio tutto intorno. Possiamo vedere il profilo irregolare delle montagne intorno a noi, e ogni tanto sentire qualche canguro saltare poco lontano. E’ con questa atmosfera da fiaba che ci addormentiamo per l’ultima volta nella nostra tenda, pensando ancora una volta a tutti i giorni che abbiamo passato in viaggio, sentendo ormai la fine dello stesso vicina, accompagnata da sentimenti contrastanti: felicità per avercela (quasi) fatta, ma anche tristezza perchè un periodo tra i più felici, belli, avventurosi e spensierati della nostra vita sta giungendo al termine. Quanto sarà difficile tornare alla normalità? Non ci è dato di saperlo, fa parte dell’esperienza e lo scopriremo nelle prossime settimane. Nel frattempo, la notte passa tranquilla, e come al solito ci svegliamo al primo calore del sole nella tenda, con la colonna sonora di diverse specie di uccelli che sembrano fare a gare per chi è più chiassoso.

Per l’ultimo giorno del nostro viaggio abbiamo in programma una bella scampagnata. Guidiamo verso Thredbo, un piccolo paesino turistico sul passo della via alpina, che immaginiamo essere pieno di vita in inverno, ma non troppo in primavera. Per salire in vetta alla montagna dobbiamo per forza prendere una seggiovia che ci porterà a pochi (6.5) km dalla vetta. Il paesaggio tutto intorno è peculiare: la vegetazione risente ancora di un terribile incendio verificatosi pochi anni fa, e tutto intorno a noi possiamo vedere molti tronchi di alberi spogli, bianchi e cadaverici, che si mischiano alla vegetazione verde e viva, e creano un effetto scacchiera che è un poco disturbante. Una volta in quota però la musica cambia, il paesaggio e il panorama sono magnifici, tipicamente alpini. Sulla nostra via dobbiamo attraversare anche pochi spiazzi di neve, lunghi anche una cinquantina di metri; l’aria è fredda, la nebbia fitta va e viene, e mentre percorriamo il percorso che dalla seggiovia ci porta in vetta non riusciamo a vedere la cima. Ma sappiamo che è li davanti a noi, e in un’oretta la raggiungiamo. Siamo sul punto più alto dell’Australia, dopo essere stati nel punto più basso, e anche questa è una simmetria che siamo contenti di avere aggiunto al nostro viaggio; la passeggiata in vetta vale davvero la (poca) fatica. Non contento dell’altezza raggiunta, spicco un salto in scioltezza per issarmi sulla piccola struttura colonnare che marca il punto più alto; foto di rito, e ritorno verso Thredbo balzellando di gran carriera.

Abbiamo camminato per soli 13 km, ma siamo stanchi. Ma abbiamo ancora 200 km da percorrere per arrivare a Canberra. L’emozione sale man mano che arriviamo a destinazione. Stiamo davvero arrivando alla fine del nostro viaggio; siamo fisicamente, e forse anche mentalmente, stanchi. Arrivare a destinazione sembra un po’ una liberazione, ma questa è una valutazione molto superficiale, principalmente basata sulla stanchezza; quanto ci mancherà il viaggio? Beh, mentre scrivo queste righe sono passati circa due mesi e mezzo da quel giorno (28 di Novembre, ma guarda un po’ che altra bella simmetria, un altro 28!) e non passa giorno che il ricordo si fa spazio nella memoria, che la voglia di ripercorrere tutti quei km e rivivere tutte quelle emozioni si fa prepotente dentro di me. E’ stata davvero un’esperienza fortissima. Non è stato un viaggio. Non è stata una vacanza, è stata una ricerca continua del significato delle cose. Poche sono le esperienze che ho fatto in vita mia che mi hanno davvero insegnato qualcosa di importante su di me che prima non sapevo. Questa è sicuramente una. Io mi sono messo in gioco, e penso di averne ricavato di più di quanto ne abbia preventivato; sono contento. La felicità va e viene, la contentezza è duratura, più feconda e meno instabile. Mi piace davvero la definizione di contentezza, che voglio condividere qui, perchè credo che descrive meglio di quanto io possa fare lo stato in cui mi sento quando penso al nostro viaggio e quello che questa esperienza ci ha dato. La contentezza è moderata allegria, che deriva dall’essere soddisfatti di ciò che abbiamo; è contento chi si sente appagato, e lo dimostra con beata tranquillità. Io auguro a chiunque abbia avuto la pazienza di seguirci in queste nostre avventure di provare questo stato d’animo almeno una volta nella vita: non se ne può più fare a meno.

PS: due settimane fa abbiamo venduto Giada, il nostro Mitsubishi Pajero, l’auto che per noi è stata come una casa per tre mesi. L’abbiamo venduta a una coppia di turisti olandesi, anche loro qui in vacanza lavoro. Ora siamo ormai agli sgoccioli della nostra presenza in Australia, e visto che non ci serviva più l’abbiamo venduta ad una coppia di giovani olandesi venuti in vacanza-lavoro in Australia. Il distacco mi pesa, a vederli guidare la nostra macchina lontano da noi mi è venuto un po’ il magone; ho pensato a tutte le avventure passate in tre mesi densissimi e meravigliosi. La mia prima macchina, un gippone poderoso con cui ho attraversato il deserto e visto i paesaggi più spattacolari che si possano immaginare, sul serio. Addio Giada e grazie di tutto. Goditi il tuo terzo viaggio intorno all’Australia.

ENGLISH
Wow, so we are really nearly at the end of the story of our trip now! At the time we could hardly believe it. After three months of travelling, we were now only one night and a few hundred kilometres out from our final destination. There would be only one more night of camping, somewhere in the Australian alps, strange to consider now that the tent felt so much like home!

Two and a half months earlier, we had stood at the edge of Lake Eyre, the lowest point in Australia. The following day we would walk to an altitude of 2228m at the peak of Mt Kosciusko, and stand at the top of Australia. Coming from Lake Eildon National Park, we approached Mt Kosciusko from the west, winding first along the Great Alpine Way and camping at a very nice place called “Tom Groggin” where we were treated to a beautiful sunset, sharing a peaceful valley with an enormous herd of kangaroos.

The next morning we drove further to the alpine village of Thredbo, from where we caught a chairlift up the mountain. From the top of the chairlift, it was another 7 or 8 km to the top of Mt Kosciuszko. A really pleasant walk, because there is boardwalk all the way! There were a few patches of snow across the path. Mt Kosciuszko itself is a rather flat-topped mountain, but the view from the top is really lovely and it’s enchanting to watch the clouds move rapidly around the peak and through the shallow valley just below.

It was another pleasant walk back down and then we were back in the car once again and on our way to Canberra, hoping to reach home in time for dinner! :-). I was very impressed returning home this time, somehow all the journey we have made, all the kilometres we have covered, gave a different light to my home town upon returning. And I do love the landscape, the mountains, the colours of the grass! We were very excited to return too, so thrilled at what we had done and that we had managed it, and a little in trepidation for what was going to come next: job-hunting …

We are writing this much later, of course, in fact I am writing this post from the bus to Sydney (a bus with wifi! Amazing…) and we have spent the past couple of months job-hunting, first for jobs in Australia, and then in Europe. Two weeks ago we sold our dear Mitsubishi Pajero to a Dutch couple come to work and travel around Australia. Well, by now Giada surely knows the way! Renzo was wiping away a little tear as our car disappeared down the street. We wish her lots of luck and plenty of love, care and oil changes!

Our bus is now heading to the international airport! Do you want to know what is happening next? Well we would like to tell you but we don’t even know! Which country will we live in? Dunno! It’s the day of my 30th birthday, and all we know is that we are looking forward to our next adventure! We might have to start a new blog … :-), writing this one has been a lot of fun.

Thank you all for reading!

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Fraser National Park

ENGLISH – (Italiano vedi sotto)
From the Yarra Ranges we made our way away from Melbourne through towns whose names I all recognised from the terrible bushfires that had devastated the area a few years ago. It was very pretty country. We stopped for the night at another of our random GPS co-ordinates and again were blown away by the beautiful camping spot in the Rubicon Valley, by the river in stunning forest. It was even possible to look past what was probably the worst toilet of the whole trip and just completely relax in the beauty of the place.

The next day I was really very excited because we were going to go to Fraser National Park, that I hadn’t visited since I was probably about 10 or 11, but that I have many happy memories of. It was really something special for me, though the whole place was a bit like the Secret Garden, it had aged and overgrown, though not beyond recognition. They were looking for volunteers: and its a pity we are not staying around in Australia – I would have loved to go back and try to help restore it in some small part to some of its former glory (well it had been glorious in my memory anyway :P). We put up our tent by the lake and marvelled at the interesting shapes our tent pegs had started to take on over three months of camping.  Like us, they were quite changed by the experience!

It was really cool to walk around the park and see the places I used to visit. We tried to go back to the little cabins we used to stay at, which are no longer used, though they look pretty good still! We bumped into the Ranger on the way and he said they hadn’t been used in 10 years. One of the things I loved about this place, other than just being able to explore it, was that we used to put birdseed out on the balcony of the little cabins we stayed at there, and the birds would visit. They were so tame you’d have two rosellas eating seed out of each hand and another one on your head. I was absolutely crazy for these birds!

These days you are no longer allowed to feed the parrots – fair enough, and it also seems they are no longer used to it, as I heard a lot of rosellas in the treetops but they definitely showed no interest in us whatsoever. But I have such happy memories of feeding them, and since we had some bird seed with us – I wanted to try … only to give them a little, see if any of them remember the old days! As an experiment I left just a few seeds on the camping table while we went for a barbecue in another part of the park – when we came back, no birds hanging around, but the seeds HAD been eaten. I left a couple seeds more overnight, but it was soon raining hard.

Apparently, I must be very finely attuned to the sounds that parrots make when they’re eating seed, because in the morning, just after the rain stopped and the sun came out, I was woken to very distinctive little munching sounds. Opening the tent door very quietly, we could see it was a little king parrot (beautiful red and green). After finishing the seeds off he flew away, and we got up and packed up the car, with me very happy, having had my nostalgic parrot experience. That wasn’t all, however – just as we were about to leave however, he arrived back … with a friend! Soon after that they were both eating out of my hands. Sweet birds! I felt a little guilty about feeding them so I didn’t give them very much.  But it’s nice to think that this pair were the same age as me (they can live that long) and were feeling just as glad as I was to meet somebody who remembers and appreciates the old days at Fraser National Park! 🙂

ITALIANO

Ebbene no, non ci siamo fermati a Melbourne. Nel nostro piano originale dovevamo visitarla nel nostro secondo viaggio, ma essendo quest’ultimo saltato per motivi economici e lavorativi, non abbiamo potuto apprezzarla più che da una lontana vista dall’autostrada. Siamo passati attraverso Melbourne dopo la fine della great ocean road, verso la metà di un pomeriggio caldo e soleggiato, dirigendoci per direttissima verso la nostra tappa successiva, il Fraser National Park. Quel giorno abbiamo davvero guidato per molti km, passando per l’entroterra dello stato del Victoria a nord di Melbourne, un paesaggio maestoso e bellissimo; verde rigoglioso, colline dolcemente ondulate, vigneti ordinati in filari che scendono le colline, case e ville meravigliose. Decisamente meglio di guidare lungo l’austostrada! Abbiamo anche attraversato la Yarra forest nel Yarra ranges National park, una strada strettissima e piena di curve che passa nel mezzo di una foresta con alberi dai fusti altissimi e ritti come pali della luce. Ci ha ricordato un po’ delle foreste del South West dell’Australia, vicino Pemberton e Margaret River.

La nostra tappa per quella giornata era la Rubicon Valley, altro campeggio libero trovato online di cui avevo solo le cordinate GPS senza la minima di idea di cosa fosse ne tantomeno di dove fosse. L’arrivo in questo posto è stato decisamente un climax di emozioni; siamo arrivati verso il tramonto, con il sole basso e i suoi raggi scatterati tutto intorno dalle nuvole a creare un inverosimile colore rosa, una valle stretta e ondulata costellata di fattorie, un fiume che in Victoria in questo periodo risente ancora delle piogge invernali e primaverili, cioè pieno e burrascoso, e uno dei più bei campeggi all’aperto incontrati (ancora una volta) lungo il nostro cammino. Ogni volta che arrivavamo in questi posti guidati un po’ dal caso, rimpiangevamo di non aver usato le coordinate GPS dei campeggi liberi più spesso durante il nostro viaggio. In questo posto siamo da soli, immersi in una notte stellata meravigliosa, ma anche in un’umidità spaventosa; per tutta la notte sentiamo il rumore del fiume che corre, ma più che essere un fastidio è ancora una volta un promemoria di quanto è bello essere immersi nella natura senza paura e soprattutto senza tutte quelle tecnologie accessorie e inutili che ce la fanno dimenticare. Almeno per pochi giorni. Dormiamo davvero come bambini, stanchi dopo la lunga attraversata dello stato del Victoria; quando mi alzo penso davvero a come farò ad abituarmi a dormire in un letto vero di lì a poco, visto che la comodità della tenda e del dormire per terra ora mi sembra normale e estremamente riposante.

La nuova giornata è nuvolosa, temiamo la pioggia mentre stiamo facendo colazione e preparandoci per smontar eil nostro bivacco. Ma la pioggia non arriva e invece esce un timido sole che ci accompagna fino ad Alexandra, un piccolo villaggio sul confine del parco nazionale che vogliamo visitare. Fermata d’obbligo per rifornirci di cibo fresco e fare una puntatina dal fornaio e dal salumiere per comprarci l’indispensabile per un barbecue in riva al lago in programma per la sera: salsicce di agnello aromatizzate alla menta e rosmarino. Wow! Guidiamo verso la nostra prossima destianzione, prenotiamo il campeggio via telefono (non che ce ne fosse bisogno, eravamo in tre o quattro a campeggiare in un posto con una capienza di centinaia di persone, eh sì, bello grande!). Ma perchè proprio Fraser National Park? Perchè era sulla via di casa (non lo è)? Perchè è famoso (non lo è)? Perchè consigliato dalla Lonely Planet (non lo è ed abbiamo cominciato a dubitare un po’ della Lonely planet dopo il Western Australia)? No, per un motivo molto personale legato a Katie. Questo è il posto che Katie ricorda essere uno dei posti più belli dove lei abbia trascorso le vacanze con la sua famiglia, e ha voluto a tutti i costi farmene conoscere la bellezza e la tranquillità. Lei ha visitato il parco due volte circa 20 anni fa, e ricorda con piacere le attività fatte con il ranger e tutti i pappagalli che allora si potevano ancora nutrire con semi vari. Fraser national park sia, allora. Prendiamo posto in campeggio e piantiamo la nostra tenda. Una curiosità, dopo tre mesi di campeggio abbiamo fatto esperienza di tutti i tipi di terreno in cui piantare la tenda: sabbioso, sabbioso e roccioso insieme, tenero a erba, tenero a terra, ghiaia, terra desertica dura come cemento, spiaggia e roccette. Ecco, i picchetti della tenda ne hanno risentito parecchio, e a questo punto cominciano a cedere desolatamente (guarda le foto); ormai non li chiamiamo più picchetti ma graffette, e li piantiamo nel terreno lasciandogli prendere forme a caso fintanto che tangono la tenda ferma. Sappiamo che ci serviranno ancora per sole due notti.

Passiamo il pomeriggio camminando lungo il lago, visitando i due bungalow (chiusi al pubblico da anni) che Katie si ricorda di aver abitato (è stato importante essere lì con lei in questo trasporto emotivo), e salendo una collina su un sentiero verticale che ci sfianca, ma che ci regala una bella vista sul lago (artificiale) e le montagne tutte intorno. Scendiamo alla scoperta di Wallabies che si muovono nella foresta, e per la prima volta da quando sono in Australia vedo tane di Wombats disseminate tutto lungo il percorso; sono veri e propri tunnel, a poche decine di metri dall’acqua, in un ambiente quasi incontaminato che è l’ideale per questi animali. Quello che si vede sono solo buchi nel terreno, un po’ come una taverna hobbit in miniatura.

Ritorniamo al campeggio dopo una camminata di circa quattro ore abbastanza stanchi. In qualche modo abbiamo sottostimato la lunghezza del percorso: una bella doccia calda ci rimette in forma e in sesto, pronti per goderci una bella grigliata in riva al lago, e sotto la pioggia battente, che nel frattempo ha cominciato ad allagare tutto intorno alla nostra tenda. Cucinare sotto un tetto di legno su un barbecue, cenare su panche di legno in riva al lago al suono della pioggia che cade nel lago, beh… si sommano ancora a tutte le piacevoli esperienze nella natura di cui il nostro viaggio è stato pieno. La pioggia non è cessata quando ce ne andiamo a dormire, sempre con il terrore che la tenda non abbia tenuto: ma la tenda ha tenuto eccome! E ci godiamo una bella dormita con la pioggia che picchetta la tenda e noi nel calore del sacco a pelo. Ci svegliamo la mattina con il rumore dell’acqua che cade dagli alberi fradici,  ma la giornata è soleggiata e il sole ci scalda un po’ mentre ci godiamo la nostra colazione (pancakes!).Finalmente Katie ha l’occasione di dare un op’ di semi di girasole a due pappagalli che si fanno vivi nelle vicinanze della nostra tenda; non so come ma sembra che ammirino particolarmente anche il nostro Pajero, da cui non si vogliono muovere. Katie ha un sorriso a trentasei denti e se la ride contenta; finalmente i pappagalli che ricordava sono ritornati sulle sue braccia a beccare dalle sue mani. Io passo minuti in macchina per la paura che, spinto dall’audacia, uno di questi voglia stringere amicizia anche con me.

Smontiamo la tenda e lasciamo Fraser natioanal park. E’ stato davvero bello e piacevole, nonostante il tempo, anzi, forse grazie al maltempo. In questo viaggio ho imparato ad apprezzare e ad amare la pioggia. Beh, son sicuro che quando rientrerò in Europa questo sentimento si affievolirà un po’, vedremo… Nel frattempo ci dirigiamo verso la nostra ultima tappa, Mount Kosciusko, il picco più alto dell’Australia, nelle montagne nevose (Snowy mountains, le “Alpi” australiane). Così che avremo letteralmente messo i nostri passi nel punto più basso (Lake Eyre, -15 m sul livello del mare) e più alto (Mount Kosciusko, 2228 m) del continente! Al prossimo post, ne vedremo delle belle.

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The Great Ocean Road

ITALIANO

E’ passato molto tempo dall’ultimo post. Caspita, 2 mesi! Ma devo dirvelo, non abbiamo finito di raccontarvi la nostra avventura. Nell’ultimo mese siamo stati molto impegnati: divisi tra domande di lavoro, che richiedono giorni di ricerca a volte del tutto infruttuosa, e momenti di svago e caricamento energie. Dove siamo rimasti con il racconto? Già, siamo ora nell’Australia sud-orientale, abbiamo appena attraversato il confine tra lo stato del South Australia e quello di Victoria. E’ il 23 novembre e ci stiamo avvicinando ad un’altra tappa fondamentale del nostro viaggio: la great ocean road, uno dei tratti di strada più belli di tutto il continente, che segue il frastagliato perimetro della costa e ospita alcuni squarci decisamente mozzafiato. All’inizio avevamo pensato di guidare sulla Great Ocean Road nel nostro viaggio verso la Tasmania, ma dobbiamo dirvelo: almeno per i prossimi mesi non ci sarà Tasmania, come invece avevamo progettato. Dovremo rimandare la seconda parte del nostro viaggio, o meglio il nostro secondo viaggio australiano, ad una data da destinarsi. Motivi… beh, economici e lavorativi.

Decidiamo allora di percorrere lo stato del Victoria nel nostro percorso di ritorno a Canberra. Ed è decisamente una gran bella idea: è un posto spettacolare! Ma andiamo con ordine. Il giorno prima di imbarcarci nella guida decidiamo di fermarci per la notte presso una località che per usare un eufemismo potrei definire “sconosciuta”. Nella nostra sosta a Port Augusta alcuni giorni prima, ho ricercato su internet alcune zone di campeggio gratuite; zone di campeggio, e non campeggi veri e propri, perchè il massimo di struttura presente in questi posti è un piccolo bagno, beh… un buco nel terreno con cinque pezzi di lamiera che lo circondano. Comunque, mi sono segnato le coordinate GPS di alcuni di queste zone di campeggio su un pezzo di carta per poterle poi usare all’occorrenza. Bene, la prima di queste, e altre a seguire, si è rivelata una vincità al lotto! Un posto delizioso, magnifico, dove abbiamo passato una bellissima sotto le stelle e accanto al fuoco, da manuale del campeggiatore! Arrivarci è stato sorprendente: usciamo dalla strada principale e guidiamo in aperta campagna, colline verdi e bestiame al pascolo, con il blu dell’oceano sulla destra. Il GPS indica il punto di arrivo nel mezzo di uno spiazzo verde senza strade; cominciamo a pensare che forse le coordinate che ho preso non sono molto accurate, ma avvicinandosi al traguardo il GPS comincia a caricare anche strade sterrate, quelle su cui ci suggerisce di guidare per arrivare finalmente a Mt Clay Nature Reserve. E’ uno spazio immerso nel verde, nel mezzo di un bosco di eucalipti, con aree per la sosta e il campeggio e bracieri scavati nel terreno per accendere un fuoco senza incendiare tutto lo stato. Prima cosa che facciamo è raccogliere un po’ di legna per fare un bel falò, e nel frattempo i nostri vicini di tenda si avvicinano e cominciano a raccontarcela un po’… a questo punto siamo molto orgogliosi di quanto abbiamo fatto, di tutti i km che abbiamo viaggiato e dei posti che abbiamo visitato, e i campeggiatori che incontriamo cominciano ad essere molto sorpresi.C’è una sostanziale differenza nelle persone che incontriamo da ora in poi: non più giovani backpackers o famiglie o pensionati in giro per l’Australia, ma campeggiatori dell’ultim’ora, famiglie in vacanza per pochi giorni, insomma… gente in vacanza per pochi giorni e pochi km…decisamente diversa per attrezzatura e spirito dai pionieri incontrati nel grande nord o nell’attraversamento del Nullarbor plain.

La sera, piantata la tenda e tirata la giacca fuori dallo zaino (si, è tornato il freddo!), Katie prepara una serie di panini con la farina avanzata dal damper cotto nel mezzo del deserto e li cuociamo sul fuoco; lo so che sono cose normali per uno che va in campeggio, ma se ci pensi un attimo queste cose così normali sono quelle che ti danno più gioia, pace e soddisfazione. Quella sera, insieme alle altre sere passate nel mezzo di un ricchissimo nulla, ho sentito veramente di essere in contatto con il posto dove abbiamo campeggiato; un contatto vero e pieno con la natura, mi sembrava che gli alberi fossero guardiani giganti messi li da qualcuno per vegliare, che il fuoco fosse l’unica sorgente di calore possibile e immaginabile su questo mondo, che gli animali che si sentivano ogni tanto nell’oscurità volessero partecipare e contribuire alla bellezza del momento. Io non ho avuto molte esperienze di campeggio, ma devo dire che il bush camping australiano è una delle esperienze più belle di questo viaggio, e forse che abbia mai fatto.

Il giorno dopo cominciamo la Great Ocean Road, all’altezza di Portland (si, il posto in cui mentre scriviamo ci sono appena stati diversi incendi distruttivi). La strada è molto stretta, e costellata da zone di sosta con annessi punti di osservazione di interesse turistico (Lookout). Ogni lookout ha una sua caratteristica, e mostra le diverse strutture create dall’erosione che l’oceano ha esercitato per milioni di anni sulla costa; ci sono pinnacoli alti decine di metri, archi scavati in ammassi rocciosi, isole e isolotti battuti incessantemente dalle onde e dal vento e popolati da colonie di uccelli migratori (posti ottimi per la crescita della progenie, visto che non c’è via aperta ai predatori). Le strutture più belle che abbiamo visto sono senza dubbio il London Bridge e i 12 apostoli, questi ultimi forse tra i 5 posti più conosciuti di tutto il paese. Il london bridge è (o meglio era) una piccola protuberanza che dalla costa si estende in mare per circa 100 metri, e aveva due archi scavati in esso dall’erosione dell’acqua. Beh, a un certo punto nel 1990 l’arco più vicino alla terraferma ha deciso di mollare ed è crollato; la cosa curiosa è che due turisti ci erano appena passati sopra e sono rimasti intrappolati dall’altra parte (buon per loro, dico io, che non siano franati con la roccia). I dodici apostoli sono uno spettacolo mozzafiato, soprattutto dalla spiaggia. Si scendono dei gradini scavati nella roccia e dalla finissima sabbia si subisce tutto il fascino di queste enormi strutture a poche decine di metri dalla costa. Al contrario del Lago Eyre in South Australia, non credo che un volo panoramico sia il miglior modo di apprezzarne la bellezza; è vero che li puoi vedere tutti insieme, e contarli (non si riesce mai dal terreno a contarli tutti e 12 perchè sono sempre nascosti dalla prospettiva), ma non ne cogli la grandezza e la maestosità, ma soprattutto non ti lasci impressionare dal rumore delle onde dell’oceano che si infrangono sulle rocce. E’ davvero assordante, ma dubito che si possa sentire dalla cabina di un elicottero.

La sera prima della nostra visita ai 12 apostoli abbiamo avuto modo di conoscere la piccola cittadina di Port Campbell, uno dei pochi luoghi di campeggio dove ci si può fermare per spezzare il viaggio. Lungo la strada ci sono molti avvertimenti contro il campeggio libero, e sì che di posti ce ne sarebbero, e belli… Va beh, cercano di sfruttare la risorsa turismo, e ne hanno tutte le ragioni. La tappa di Port Campbell è stata molto piacevole: il campeggio era pulito e ordinato, popolato da molti ciclisti radunatisi per una gara di mountain bike lungo la great ocean road (a saperlo prima mi ci saremmo iscritti anche noi, anche se terribilmente fuori allenamento, così, giusto perpartecipare). La sera, dopo una bella passeggiata per le vie del paese, e una visita al piccolo porto dove un nutrito gruppo di pescatori cercava invano di accalappiare qualcosa per cena, abbiamo avuto un’altra comoda sorpresa; il campeggio era dotato di una sala TV, e visto che fuori aveva iniziato ancora a fare freddo, ci siamo rintanati all’interno, bevendoci due belle tazzone di latte caldo e milo, ma soprattutto sdraiandoci su un divano, che per quanto piccolo e spigoloso sembrava più comodo di qualunque altra seduta avessimo mai provato. Siamo rimasti in relax tutta la serata, e poi via a dormire nella nostra meravigliosa tenda.

Il giorno dopo, terminata la visita ai 12 apostoli, abbiamo continuato a guidare lungo la great ocean road, attraversando zone dell’Australia che hanno dell’idilliaco. Verdi pascoli e montagne (il great dividing range, prime avvisaglie delle Alpi australiane) sulla sinistra, oceano azzurro e bianco sulla destra, e una strada stretta e tortuosa ma bellissima che da Apollo Bay ci ha portati fino a Torquay e infine a Melbourne. Non ci siamo fermati per una visita a Melbourne: come già anticipato, avevamo già cominciato a sentire la fatica del viaggio, e abbiamo così deciso di dedicare il tempo rimastoci lungo la via di casa per altre due tappe fondamentali: il Lake Eildon national park e la scalata alla montagna più alta del continente, il monte Kosciuszko, ma queste sono le ultime due storie che abbiamo da raccontarvi, e dedicheremo loro lo spazio che si meritano nei prossimi due post.

ENGLISH

Here comes the third-last instalment of our story … very late, but better late than never! We are currently knee-deep in job applications, trying to figure out where we’ll be going next, but today a day off to try to get the story of our adventure up to date! The nice thing is, we are appreciating the time we had more and more, and are really feeling proud of what we have done together, our big trip!

But anyway, back to the story: so last time we had gone to see Mt Dampier, a very interesting place with its sink holes, remnants of volcanic cones and blue lake! We now drove to reach the sea again, to enter the state of Victoria and drive along the Great Ocean Road towards Melbourne. But first, we had to camp somewhere. In this part of Australia, we didn’t have much idea of where to camp. In the rest of Australia it had been very simple – either we camped in a National Park or at the roadside. We didn’t have to try very hard to find the roadside camping areas because there was usually just one road! Now in Victoria there were roads everywhere.

But we were lucky because Renzo always thinks ahead and in the Port Augusta library Renzo had written down the locations of all the (free) camping areas along our way. Not having much paper to write on, he’d had to write on the back of a library borrowing slip (or whatever it was) and only had room for the GPS co-ordinates! It was kind of fun, like doing one of those geo-caching things. So when it was time to look for somewhere to camp for the night, we looked for a camping spot with nice looking co-ordinates and we set off, using the GPS that Ed had lent to us to use for our trip! It took us along dirt roads, into the forest – I kept expecting any moment to find a dead end. But then eventually we saw some life through the trees and there was a turn-off into a lovely area in the forest that clearly plenty of other people knew about! There was a really nice community feel, in fact, and I think it remains in my mind as one of the nicest (perhaps the nicest) places we camped in our whole trip.

There were some nice fire pits too, and towards the evening, after collecting some wood from the forest and getting some damper ready to cook, we started to make a fire. The neighbours across the way saw what we were doing and brought us over some kindling; the neighbour down the end contributed an enormous log, so that we could keep the fire burning all night. It was very nice! Some cute little wallabies hopped around the place.

The next day we were quite excited and ready to be stunned by more cliff vistas than we could possibly be prepared for. And it was really very spectacular! We stopped for information and some lunch at a little town called Port Fairy and stopped at every possible lookout from there until Melbourne. Of course, nothing can beat the Twelve Apostles … just so beautiful! And the Loch Ard gorge, with its tragic shipwreck story was very nice to see too, as well as the crumbling London Bridge. We even think we spotted at least one Bristlebird. We stopped for a very nice night at the Caravan Park in Port Campbell where we saw a nice sunset and watched Finding Nemo in the TV room – a very unusual way of spending the evening for us at that time!

The last part of the Great Ocean Road was very windy with many corners bringing you to yet another beautiful view.  I kept trying to take pictures to give an idea of what it was like but none of them really worked out and concentrating on the camera ended up making me feel quite sick with all the turns! It was very nice though. Still, we had our sights pretty much set on home by this stage (or at least, the last part of the road home) and we shot through and past Melbourne. We drove out of Melbourne through the Yarra Ranges, really a beautiful surprise with amazing forest that reminded me of the Karri forests back in W.A.! Perhaps the trees weren’t quite as tall as in WA, but there were these gigantic ferns … only pity was there didn’t seem much any where to stop there, and it was starting to later in the afternoon. But we could have liked to explore the Yarra Ranges National Park a little more. But anyhow, I’m getting ahead of myself  … that’s where the next post begins! Counting down to the end of our blog now: 3…. 2 – See you in the next and second last instalment :-).

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Another South Australia

=== ITALIANO === (English see later)

Eh si, ora possiamo cominciare a pensare al ritorno a casa. Ma poi ci pensi e ti rendi conto di quanto lontano ancora sei. La fine del Nullarbor Plain non vuol dire che il paesaggio in cui viaggiamo da ora è drammaticamente cambiato; da Kimba ci mettiamo in viaggio verso Port Augusta, prima grande città del South Australia che incontriamo lungo la nostra via di ritorno. Ad un certo punto, ci troviamo ad un bivio che per noi è più di una curva su un pezzo di strada; davanti a noi c’è un cartello (la foto l’abbiamo messa alla fine del post precedente) che indica la direzione per Coober Pedy e Alice Springs! Abbiamo raggiunto un’altra volta la Stuart Highway, e girare a sinistra ora vorrebbe dire ripercorrere i nostri passi quasi dal principio; i bei ricordi legati all’avventura sull’Oodnadatta Track e la magia di posti come Uluru, Kata Tjiuta e Kings Canyon sono una tentazione forte, fortissima. A me sale un groppo alla gola quando ci penso ora, e ancor più quando mi ci sono trovanto davanti, a quel cartello! Noi giriamo a destra, accompagnando con la coda dell’occhio quel cartello finchè esce dal nostro campo di vista; riprendiamo la Stuart Highway, ma questa volta verso sud. Prima tappa Port Augusta, una bella cittadina di mare, porta occidentale di accesso ai Flinders Ranges che avevamo già visitato nella prima parte del nostro viaggio. Ci fermiamo in città per poche ore; come prima cosa solita tappa al centro visitatori in cerca di una brochure sul Mount Remarkable national park, il prossimo parco che vogliamo visitare. Fermata non molto producente, in quanto ci dicono che in South Australia non stampano più le brochure dei parchi nazionali, visto che ora tutti hanno internet e se le possono stampare da casa; si, vero che tutti (o quasi) hanno internet, ma quando sei in viaggio come lo siamo stati noi  internet è pressapoco inutile (non c’è connessione o segnale), a meno che tu stia nelle grandi città.

Va beh, ci intrufoliamo nella biblioteca pubblica della città e stampiamo il PDF; quello che ci interessa non è tanto il tipo di flora che vedremo, ma le mappe dei percorsi da fare a piedi, altrimenti difficili da reperire. Preso quello che volevamo, ripartiamo alla volta del parco. Guidiamo verso sud costeggiando i Flinders meridionali, non molto conoscuti e/o frequentati come quelli settentrionali ma molto belli. In quel giorno abbiamo anche sofferto un’improvvisa ondata di caldo, c’erano 38 gradi e sembrava di essere tornati nel grande e selvaggio nord. La tappa di Mont Remarkable si rivela piacevole anche se qualche piccolo inconveniente le toglie il fascino che ci aspettavamo: primo, a causa della temperatura e del fortissimo vento secco c’è un pericolo di incendi estremo, e alcuni dei sentieri più spettacolari sono chiusi. Secondo, le mosche, come al solito. Appena arrivati vogliamo riposarci un po’, sedendoci sotto un albero a leggere un buon libro, ma non c’è modo di godersi il momento: mosche assetate ti attaccano e planano intorno a te con una prepotenza degna dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, e ci costringono a ripiegare sotto una rete per insetti, in cui dobbiamo assumere delle posture abbastanza ridicole e scomode sulle nostre sedie da campeggio. Verso il tardo pomeriggio camminiamo su uno dei due percorsi aperti, il Davies gully, una piacevole passeggiata di defaticamento nel mezzo di alberi di eucalipto (gumtree) dal tronco così rosso che sembra sanguini. A causa dell’allerta incendi tutti i fuochi, anche fornelli a gas, sono proibiti; per cucinare la nostra cena dobbiamo andare nell’unica cabina del parco, aperta ai campeggiatori solo per l’uso della cucina.
Preparo una bella zuppa di ceci e patate, ma quando è il momento di preparare il tè serale mi accorgo della presenza di qualche piccolo essere nell’acqua che scende dal lavandino; questo è connesso ad una tanica di acqua piovana, pioggia raccolta dalle grondaie e convogliata in taniche (ne abbiamo bevuta parecchia di questa acqua nel nostro viaggio). Beh, a quanto pare sono piccole larve di qualche insetto, disgustose! E lo sono ancora di più quando finalmente realizzo che ho cucinato la nostra zuppa con la stessa acqua: preghiamo di non sentirci male durante la notte e andiamo a dormire facendo attenzione a dare una bella pulita ai denti, volutamente più accurata del solito.
Avviso: mai fidarsi dell’acqua non imbottigliata che si beve in giro per l’Australia. Tante taniche ci hanno rifornito di acqua (pioggia raccolta) lungo la nostra strada, e in effetti non abbiamo mai avuto problemi, e neanche dovuto usare pillole depurative. Ma una volta basta ed avanza per farti passare brutti momenti: beh, fortunatamente la zuppa è stata fatta bollire per 20 minuti.

Lasciamo il parco il mattino dopo, e ci mettiamo in viaggio verso Adelaide: i 200 km che ci separano dalla capitale del South Australia sono ricoperti di campi di grano e laghi salati, la maggior parte senza acqua. L’effetto è poetico, meraviglioso: si vedono questi spiazzi bianchissimi (sale purissimo), splendenti, circondati ovunque dal colore oro dei campi di grano con le spighe mature pronte per essere mietute. In Adelaide ci siamo fermati a visitare altri parenti di Katie: Peter, Theresa e Ai Ming. Abbiamo ricevuto un’accoglienza calorosissima, e abbiamo passato un piacevole pomeriggio, una comodissima notte e una soleggiata mattina in compagnia loro. Non abbiamo visto Adelaide nel dettaglio, solo guidato lungo una delle arterie principali della città, con un traffico letale: erano solo le 15:30 del pomeriggio, cosa succede all’ora di punta?! Fortunatamente non abbiamo dovuto farne esperienza diretta.

Alla nostra partenza il giorno dopo abbiamo guidato lungo una via turistica, le Adelaide Hills (pittoresche colline intorno alla città), fermandoci nei pressi di Handorf, il più antico insediamento tedesco in Australia. Interessante la storia dei primi colonizzatori di queste terre: sono fuggiti da persecuzioni religiose (erano luterani) nella Germania del nord, venuti in Australia per poter vivere la loro vita normalmente. Ma poi durante la prima guerra mondiale hanno avuto non pochi problemi con i vicini del Commonwealth per via di sentimenti anti Germania dovuti al momento storico; c’è stata gente chiusa in carcere perchè in una lettera ad un parente ha scritto di non aver cantato God save the King (l’inno inglese) in una commemorazione. Handorf è una bellissima cittadina, ci siamo sentiti un po’ a casa visto che sembra una Monaco di Baviera in miniatura, con bandiere della Baviera sparse un po’ ovunque; la cosa ha un po’ del sarcastico, visto che i colonizzatori di Handorf venivano dal nord della Germania, dove tutto ciò che è bavarese non gode di stima e ottima reputazione. Pranziamo alla panetteria bavarese, e ci rimettiamo in marcia verso sud: seguiremo la costa per approdare al Coorong National Park, e da li ancora a sud per entrare nello stato del Victoria, la punta a sud-est del paese.

Il Coorong è un posto davveo unico: dune di sabbia creano una specie di penisola che si estende parallela alla costa per qualche decina di km, in cui l’acqua marina che si trova tra le dune e la riva ha un colore rosa, dovuto alla presenza di beta-carotene prodotto dalle alghe quando l’acqua è particolarmente salata. Il posto dove campeggiamo è un ritiro fisico e spirituale: siamo letteralmente soli per miglia, con dune di sabbia appena fuori dalla tenda, che ci proteggono sia dal forte vento che dall’oceano. Nel mezzo del bush, ancora una volta! Io sono molto stanco, ma Katie è attivissima e decide di andare in perlustrazione sulle dune per vedere l’oceano; guardando alle foto che ha fatto mi sono pentito di non essere andato con lei, rimpianto la mia momentanea pigrizia. Quando il sole cala ci troviamo a dover affrontare ancora una notte molto fredda: è incredible come la temperatura cambia di una ventina di gradi da un giorno all’altro, non ti da nessun punto di riferimento, costringendoti a non mettere mai via i vestiti di lana, guanti, berretto e giacca a vento. In quei giorni le nostre risorse cominciavano un po’ a scarseggiare, anche perchè volevamo finire i viveri che avevamo con noi al termine del viaggio. Quella sera al Coorong abbiamo cenato a base di baked beans, cena che mi ha ricordato molto la scena del film “Lo chiamavano Trinità” quando uno sporchissimo Terence Hill arriva alla taverna per il pranzo e si mangia una bella padellata di fagioli e una pagnotta gigante. A noi mancava solo la pagnotta e, diciamolo, avevamo giusto un po’ di polvere addosso e buchi nei vestiti 🙂

Il giorno dopo lasciamo il Coorong national park: non abbiamo visto grandi attrazioni, ma è stata una tappa decisamente piacevole. Ci dirigiamo a sud verso Mount Gambier, la città più a sud del South Australia conosciuta per il suo lago blu. Ora voi mi direte: “Che c’è di strano in un lago blu?”, e io vi rispondo che l’acqua è davvero blu cobalto, un blu come quello dei pennarelli. E il colore del lago cambia con la temperatura dell’acqua: quando siamo arrivati noi era nel suo blu più brillante, ma nei mesi freddi assume un colore molto più freddo e tendente al grigio. La spiegazione scientifica di questo cambiamento di colore è ancora materia di discussione, e la cosa mi è sembrata davvero curiosa: nel frattempo gli abitanti se la bevono tranquillamente.. mmm…

Da questo punto e per parecchi km viaggeremo lungo la Princess Highway, che connette il South Australia a Melbourne in Victoria. In queste terre c’è davvero una grande ricchezza di legname; ovunque sui lati della strada ci sono boschi di pino di altezze diverse, che vengono piantati appositamente per fornire legno per costruzioni una volta tagliati. Danno un tocco molto Europeo al paesaggio, anche se devo dire che il fatto che siano un po’ “artificiali” toglie loro un po’ di bellezza. Siamo arrivati quindi al confine con lo stato del Victoria; un viaggio lungo, che sembra essere volato. In effetti abbiamo guidato parecchio negli ultimi giorni; le ultime tappe non sono spettacolari come l’Australia centrale o Kakadu, ma forniscono un piacevole ristoro per il viaggiatore con tanta strada ancora da percorrere. E ti fanno conoscere l’Australia tutta, non solo quella che si vede sulle cartoline.

=== ENGLISH ====

Hello!! At the end of the last post we were at the end of the Nullarbor Plain, confronted at Port Augusta with a left-hand turn which, if we had taken it, we could have done our whole trip up through Alice Springs, to Darwin and Western Australia, all again! We didn’t … but it was an interesting thought and a good time to realize how far we’d gone and all the things we’d seen and again that we really were steadily getting closer and closer to home!

Turning right, instead, we headed towards Adelaide, stopping at a National Park called Mt Remarkable on the way, in the Southern Flinders Ranges (also very beautiful). It was, however, incredibly hot and there were a lot of flies again so after we arrived we spent a few hours trying to read our books under cover of the mosquito net hanging from a tree … the heat and wind contributed to an extreme fire danger and we were not allowed to even use our gas cooker.  Later in the afternoon we went for a short walk (again because of the fire danger all walking trails but two were closed) which had some pretty views. I think we were both very happy when evening came though and the day cooled down a bit. To cook dinner we had to use the kitchen of a small cabin. Our dinner tasted good at the time but we discovered something afterwards that didn’t make us feel too happy in the stomach any longer.  I’m not going to tell you why here 🙂 … but if you’d like to read something that you’ll realize afterwards you didn’t want to know, look at the Italian version. Urgghhhhhh.

The next day we slept in a little bit (still jetlagged from Western Australia I guess) but not too much as we were  driving to Adelaide to see Katie’s uncle and family and we’d told him we’d arrive at 3 o’clock! As we were driving out of the park we already got delayed a little bit as we had to stop at a railway crossing and watch an extremely long train pass at a snail’s pace! But no worries, we didn’t think we would be too late… it was only at around 2 o’clock, when we stopped at a petrol station and I rang my uncle to say we should arrive around 3:15, that we discovered from something he said that the time on our watches was not right and we were an hour off. So we were a lot later than we had intended!

We left my uncle’s the next day totally spoiled with a yummy packed lunch from my Auntie Theresa. It was so good! On our way out of Adelaide we stopped to have a look around Hahndorf, the oldest German settlement in Australia. While Renzo and I felt very at home there – there were Bavarian flags and beers imported from Munich everywhere – I’m not sure any of the original settlers, who came from Prussia, would have felt the same!

From there we headed down towards the coast and the Coorong. The Coorong is a kind of inlet from the sea, separated from the ocean by a set of very high sand-dunes, and is a haven for birds. It is also famous to me because of a book I read as a child called Storm Boy: and because of this book I was very excited when I saw any pelicans. But anyway, we camped there for the night at a rather hard-to-find campsite and enjoyed the solitude as there was no-one else camping there. The campsite was on the other side of the Coorong next to the sand dunes, and I did a very nice walk through the sand dunes to reach the ocean! We had baked beans for dinner, which made Renzo very happy because he felt like he was living a scene from one of his favourite movies, “They Call Me Trinity”.

The next day we kept driving and passed by Mt Gambier, which has a very impressive sink hole in the middle of the town, and a very blue lake nearby. They don’t know what makes it go blue every summer, but everyone’s quite happy to drink the water, it seems (in fact it is of outstanding quality, apparently).

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A beautiful nothing – un bel nulla

=== ENGLISH === (Italiano vedi sotto)

The Nullarbor ………. wow, what a dream it was for me to cross the Nullarbor! The biggest patch of nothing I can imagine, the longest road you can imagine, on which you just have to drive, drive, drive.  Crossing the Nullarbor was some kind of turning point for our trip: from here we were starting to look at the rest of the trip and realize it was soon going to be over. Instead of looking at three months, it was getting down to a matter of a few weeks now … almost a normal sized holiday! We really had a feeling of turning our noses towards home now.

We left for the Nullarbor after lunch in Esperance and made it about 100 km past Norseman before we broke to camp on the roadside. The next day we drove on the longest straight stretch of road in Australia, 150 odd kilometres. It definitely seemed straight, but then again most of the road across the Nullarbor seemed pretty straight, so I’m not sure I noticed much difference! The plains surrounding us were at first full of thick scrub, later on they turned into some low bushes with the occasional tree growing at an angle – leaning away from the direction of the wind coming from the ocean. Later on again we reached the true Null-arbor (no-trees), where there were really no trees.  Pretty cool! Towards the end of the long straight road we reached an interesting place on the map, the “Caiguna blowhole”, and discovered a hole in the ground out of which a cool wind was blowing. Natural air conditioning. Also totally cool!

The second night we camped again by the roadside and for the first time in the trip (perplexingly) found ourselves with all the ingredients to make damper: wood for a fire (and no rain), paper to light it with, no fire ban, flour, water (though that was limited), and … honey! We made the kind where you wind it on the end of a stick which makes it easier to cook it over the fire, and then when it’s cooked you take it off and fill the centre with honey. Then eat it. Yummmm. Renzo liked it very much too.

On the third day we drove… again. I don’t remember if it was after a long time or short time 🙂 but at some point we arrived in Eucla. At least I remember arriving there very well – we were listening to Renzo’s collection of Western movie soundtracks as we first saw the white sanddunes of Eucla appear through mirages in the distance and then ascended the Eucla pass to one of the most dramatic parts in the music! In Eucla we saw the memorial to Eyre and Wylie and said hello to the whale.

After Eucla you enter South Australia and the road changes completely, as it joins and follows along the coast most of the time. In addition there are a number of lookouts to stop at along the road, and the view of the cliffs is absolutely phenomenal. We’d been driving on this absolutely flat land, no trees, and the sight of the continent dropping off at its edge like that is incredible. The Great Australian “Bite” couldn’t be a more appropriate name for it, looks like someone sunk their teeth into it like into a chunk of cheese :-).

We stopped one more night along the road in an Aboriginal reserve where I tried to cook something with some of our left-over food (instant potato and flour). Not toooo bad. The next day we set off towards Ceduna. We were quite surprised to see farms appearing long before we expected, and much more land for sale as well. At Ceduna we ate a VERY good salad sandwich for lunch in the bakery on the main street there. We overnighted in a small town called Kimba, which has an enormous galah.

Maybe  I should apologise for so many photos of the road in this post, but that was so central to what it was like to cross the Nullarbor plain that I wanted to put them all in! Besides, they’re all different :-).  Looking back at it I’m still surprised how far we had to drive and how long it took us to cross the Nullarbor. It kind of didn’t exist in real time :-). Sometimes, leaving right after breakfast, it would feel like we’d been driving forever, and indeed it would already be lunch time, but then we’d look at the odometer and realize we’d only driven something like 100km since breakfast. How was that possible, when we were sure we had been driving for at least 3 hours in cruise control at 80 km/hr?! Apparently something strange happens with time on the Nullarbor plain.

=== ITALIANO ===

Si parte allora! Lasciamo Esperance nel primo pomeriggio di un giorno molto soleggiato; l’atmosfera è ottima per imbarcarci nella prossima tappa del nostro viaggio, l’attraversamento del Nullarbor Plain. Questo è una pianura sconfinata che si estende lungo il sud dell’Australia, una terra arida e inospitale (a meno di essere un animale selvatico, cammello o volpe che sia) coperta da cespugli bassi dai colori grigi bluastri che di per se hanno un qualcosa di profondo a vedersi. Il Nullarbor è la via che unisce Perth in Western Australia ad Adelaide in South Australia in modo più o meno diretto, anche se il vero tratto di Nullarbor è quello con nulla dentro, i 2000 km centrali. Noi ci imbarchiamo in questo tratto di strada all’altezza di Norseman, e da qui rimarremo isolati più o meno per quattro giorni, se si escludono le poche stazioni di servizio lungo la via dove è possibile rifornirsi di benzina e usare dei servizi igienici (anche se di igienico hanno solo il nome, a mio parere). Inoltre scopriremo che le zone di sosta libera dove è possibile campeggiare, che sono state cosi utili epiacevoli nel Northern Territory e nel nord del Western Australia, su questo tratto di strada si sono rivelate molto inaffidabili: è capitato che non ci fosse la minima traccia di zone di sosta indicate dal nostro atlante stradale in cui avevamo pianificato di fermarci la notte.

Il primo giorno ci fermiamo ad un centinaio di km da Norseman, in compagnia di un camper e di un van sistemati ad apposita distanza. Ritroviamo la sabbia polverosa tipica dell’Outback australiano, in cui è facile piantare i picchetti della tenda, ma in cui tempo cinque minuti ne sei coperto fino alle ginocchia. Ogni passo solleva una polvere che per depositarsi a terra impiega dalle 2 alle 3 ore (esagero). Il mattino del secondo giorno ci rendiamo già conto che dovremo razionare l’acqua in maniera intelligente; non avremo la possibilità di averne per quattro giorni, e ci rendiamo conto di quanto il suo uso sia centrale nella nostra vita di tutti i giorni, non solo per bere. Impariamo a lavare e sciacquare le stoviglie della cena e della colazione con mezzo litro di acqua, rendendoci conto degli enormi sprechi che ne facciamo in condizioni normali. Nel secono giorno del nostro attraversamento del Nullarbor guidiamo sul tratto rettilineo più lungo di tutta l’Australia, 146 km senza la minima curva; devo dire che è abbastanza noioso, specialmente perchè neanche questa condizione ci convince a cambiare la nostra velocità di crociera fissata come sempre a 80 km/h. Fortunatamente siamo in due, e con un po’ di chiacchere, un cambio e qualche gioco ci teniamo svegli e vigili a vicenda. E in effetti il Nullarbor Plain sembra avere un effetto strano sul tempo, che ci sembrava scorrere molto più lentamente. La sera del secondo giorno è stata la mia preferita, in quanto abbiamo raccolto una bella quantità di legna per fare un bel fuoco; in effetti ci siamo resi conto solo nei giorni successivi che c’era un alto rischio di incendi, e abbiamo potuto constatarlo di persona. Bastavano 2 bastoncini per fare un fuoco con una fiamma sufficiente ai nostri scopi, bastoncini di eucalipto che prendono fuoco più facilmente della carta. Ma la cosa speciale di quella sera è stata il damper!

Mi si conceda una piccola digressione: quando eravamo in campeggio ad Alice Springs, siamo usciti una sera per andare alla taverna del posto in cui un cantante country aveva un concerto (diciamo con una trentina di persone, non erano gli U2). Le canzoni erano orecchiabili, lui e i suoi compari simpatici, per cui abbiamo deciso di comprare il suo CD, che ci è stato di compagnia per tutti i km da allora fino alla fine del nostro viaggio. Specialmente la terza canzone del CD è diventata la colonna sonora del nostro peregrinare, una canzone che non puoi non ascoltare specialmente quando viaggi nell’outback; piena di stereotipi sugli Australiani, tra cui una delizia che fanno tipicamente in campeggio: il damper, una specie di panino che fai cuocere sul fuoco la sera, in cui ci metti miele o quello che ti piace per mangiartelo dopo cena. E’ semplicissimo da preparare: mischi acqua e farina, impasti, e fai una stringa con l’impasto che poi arrotoli su un bastoncino che metterai (a debita distanza) vicino al fuoco finchè si cuoce. Quando la pasta è dorata, la sfili dal bastoncino e hai il tuo damper bello caldo: una bella iniezione di miele, che col pane caldo si scalda e scioglie un po’, e hai una delizia di prim’ordine a scaldarti in una notte sotto le stelle nel bel mezzo del deserto. Una favola!

Il terzo giorno è il giorno dei lookouts, punti panoramici lungo la costa. Ci sono quattro punti istanti tra loro circa un centinaio di km, che danno una vista meravigliosa sull’oceano e sulle scarpate della costa. Crea un contrasto meraviglioso, tra l’aridità e la monotonia del paesaggio all’interno, e la bellezza, i colori delle rocce e la diversità della scogliera che compone la costa di questo pezzo di Australia. Puoi letteralmente vedere il limite del continente come tagliato con un coltellino svizzero, e immaginarti che da qui in poi si estende tutto il tratto di strada che hai percorso, e terre che hai visitato. A me ha dato un’emozione unica vedere la fine della terra, mi sono immaginato tutto il continente che si muove e questa costa ne è letteralmente il confine, cosi netto e demarcato. E’ interessante vedere come siano in effetti due piani: o stai sotto e sei nell’oceano piatto, o stai sopra e sei sulla zattera Australia, che in questa regione è ancora più piatta del mare. Di quella stessa giornata mi ricorderò l’ingresso in South Australia, all’altezza di un paesino che sull’atlante stradale è indicato allo stesso modo di Denmark o altre cittadine minori con poche migliaia di abitanti, mentre qui di esseri viventi ce ne sono ufficialmente 8(!!). Eucla si sviluppa (poco) sulla cima di una collina, in cui arriviamo di slancio con i finestrini abbassati e la musica di Ennio Morricone tratta da “C’era una volta il West” a tutto volume; il tutto dava l’impressione che eravamo arrivati alla frontiera del far west! Ma niente saloon, qui siamo in Australia.

In quella stessa giornata abbiamo anche visto il nostro primo cammello! Ha attraversato la strada davanti a noi correndo e siamo riusciti a farne un bel video e prendere alcune belle fotografie di quando ci ha guardato passare. Abbiamo sentito tanto parlare di questi animali, che hanno colonizzato l’Outback e ne sono diventati peste vista la loro estrema capacità di adattamento a questo clima ostile, ma finora ne avevamo solo intravisto uno in lontananza sull’Oodnadatta Track. In effetti quando ci ha guardato passare, scongiurato il pericolo di essere tirato sotto (anche perchè ci avrebbe spaccato la macchina e non è raccomandabile avere un incidente di questo tipo in zone tanto remote), aveva un po’ l’espressione del “fuori da casa mia!”. La sera ci siamo fermati ancora in una sabbiosa area di sosta con campeggio libero, in cui Katie ha raccolto gli avanzi delle settimane precedenti in una brillante idea e ha preparato gli gnocchi fritti con contorno di verdure. Il tutto in campeggio nel deserto, gli gnocchi fritti, spettacolo! Se lo si prova ad organizzare non riesce cosi bene!

Il giorno dopo abbiamo gli ultimi 500 km di viaggio, anche se la parte più remota l’abbiamo passata. Arriviamo a Ceduna per l’ora di pranzo, prima “grande” cittadina del South Australia, e dopo aver attraversato una infinita carovana di campi di grano che colorano tutto il paesagio di giallo, con solamente pochi piccoli paesini in mezzo che sembrano essere lì solo per immagazzinare e distribuire i vari raccolti, arriviamo a Kimba, dove ci conforteremo con una bella doccia quadrupla con salto mortale nel campeggio, una bella cena a base di pizza e patatine fritte, e rifornimento di acqua fresca a riempire la nostra tanica (che è arrivata completamente vuota!). E’ stato un lungo viaggio, ma ce l’abbiamo fatta senza problemi, che possono sempre essere li dietro l’angolo e verificarsi quando meno te lo aspetti (più di una volta ho pensato alle condizioni della nostra macchina, pregandola scaramanticamente di non farci brutti scherzi). Abbiamo invece goduto della unicità di questo territorio, imparando a conoscerlo e ammirandone le meraviglie naturali. L’attraversamento del Nullarbor Plain può sembrare noioso all’inizio, e forse la guida lo è un po’, ma alla persona paziente che è interessata a scoprirne le qualità sa regalare viste, emozioni ed esperienze difficili da dimenticare. Per me è stato meraviglioso! E poi ha anche un significato particolare: attraversato il Nullarbor Plain, possiamo cominciare a guardare e pensare al nostro ritorno a casa.

PS: ci sono parecchie foto della strada in questo post. Ma in effetti, Katie mi ha fatto notare che la strada è stata la nostra più grande compagnia durante queste giornate.

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Far out… in Esperance

=== ITALIANO === (English see later)

Una volta giunti ad Albany, abiamo deciso di viaggiare verso Esperance lungo una via meno battuta della classica autostrada; salire verso nord, attraversare i Stirling Range per poi riunirsi alla Highway N.1 all’altezza di Jarramungup, uno sperduto paesino dell’entroterra immerso nelle tinte anbra dei campi di grano. E la deviazione è stata davvero piacevole, visto che abbiamo avuto l’occasione di campeggiare nell’unico campeggio dello Stirling Range National Park, in un posto davvero magico. La catena degli Stirling ha un qualcosa di davvero irreale. Il paesaggio che incontriamo guidando verso nord è popolato da bush e fattorie, il suolo è piatto se si esclude qualche collina che sembra avere il solo scopo di rendere la guida un po’ meno monotona. Ma tutto ad un tratto, passata una di queste (poche) collinette, ci ritroviamo davanti questa sottile (la sezione è formata da una sola cima) catena di montagne che si estende per un centinaio di km est-ovest; così, vengono fuori dal nulla e ne sono circondate. Mi chiedo come si faccia a creare una formazione del genere, senza perturbare minimamente il terreno ad essa vicino. La forma è piacevole a guardarsi, e mentre guidiamo verso il campeggio decidiamo di salire sulla cima più alta (Bluff Knoll) il giorno dopo; un piccolo infortunio muscolare e un raffreddore con i suoi postumi che non se ne vogliono andare ci impediranno di fare quanto programmato (secondo la guida la camminata dovrebbe prendere 3-4 ore impegnative, quindi non proprio una passeggiatina). Il campeggio è un posto bellissimo, anche se sul lato di una strada; l’unico problema è sempre il solito, insetti! Specialmente le mosche: non importa in quale regione dell’Australia tu vada, o in quale periodo, troverai sempre sciami di mosche che sembrano li apposta per assalirti. E mi danno l’idea di popolare lo spazio in modo uniforme: come è possibile che dopo 2 minuti che scendiamo dalla macchina ne siamo coperti? Ovunque! Mistero…

Come già accennato la mattina dopo rinunciamo a salire sul Bluff Knoll e invece ci imbarchiamo per il lungo (più di 400 km) viaggio verso Esperance. Ci alterniamo alla guida così da riposarci un po’: viaggiare con il cruise control a 80 km/h ha anche i suoi svantaggi, tipo che non importa quanto il viaggio sia lungo, ci metterai sempre ore… Ma quando ormai il sole è basso sull’orizzonte arriviamo ad Esperance, una città davvero isolata da tutto (cosa che in effetti si poteva già immaginare con un rapido occhio alla mappa). Per riprenderci dagli acciacchi degli ultimi giorni decidiamo di concederci un campeggio più decente e confortevole; noleggiamo una graziosa cabina in un caravan park vicino alla spiaggia, così che abbiamo ancora l’opportunità di dormire in un letto comodo e invitante. E’ la prima volta che vado in una cabina, e devo riconoscere che sono davvero piacevoli; è come un caravan senza ruote, o una camera d’hotel rimpicciolita. Rimaniamo in questa cabina per tutto il giorno successivo, a parte una bella passeggiata in città in cui ho l’occasione di fare un simpatico incontro con due ragazzi in bicicletta che sembrano cosi felici di vedermi che mi indirizzano subito un “Ehi dude!” con tanta di quell’aria strafottente che mi viene da ridere a crepapelle. E non basta; incontro la stessa coppia un’oretta più tardi sulla strada per il campeggio, ma questa volta, sarà la mia aria inquisitoria e divertita al tempo stesso, mi intonano un “Ehi dude!” meno appassionato a cui rispondo con un “Ehi mate!” per stare al gioco. Queste espressioni sono ancora alquanto bizzarre per me.

Prima di lasciare Esperance, guidiamo sulla Great Ocean Drive, un percorso in macchina che dalla città  costeggia l’oceano per mostrare alcune delle spiagge più belle che abbiamo incontrato fino ad ora nel nostro lungo girovagare. Una di queste spiagge (quella dove abbiamo la foto di noi due) è stata addirittura premiata come la migliore in Australia in un anno recente. Beh, devo dire che è un posto davvero straordinario nonostante il (ma forse proprio grazie al) suo isolamento geografico. Lasciamo Esperance dopo due giorni di permanenza, in cui Katie si è rimessa e io mi sono riposato un po’, per il Cape Le Grand National Park, circa 150 km a est della città lungo l’oceano. Questo parco nazionale ospita alcune delle spiagge più belle della zona, wildlife tipica del posto e alcune interessanti formazioni rocciose, la più interessante delle quali è certamente il Frenchman peak che abbiamo arrampicato fino a raggiungere la cima che regala una vista meravigliosa su tutto l’arcipelago attorno. La scalata alla cima non è delle più facili, vista l’elevata pendenza della parete. E’ comunque breve, e due esperti bush walkers come noi la scalano in una mezz’oretta, scattano un po’ di foto simpatiche per ricordare l’impresa, e scendono trotterellando verso la base. Anche la sera prima, passata al campeggio sula spiaggia a Cape Le Grand, ci regala alcune immagini spettacolari di un altro tramonto sul mare (incredibile come siano tutti diversi tra loro quelli che abbiamo visto nel nostro viaggio) e un piacevole incontro con una coppia di neo campeggiatori che scopriremo non essere molto esperta in fatto di meteo e condensa che l’umidità lascia sulla tenda durante la notte (al mattino questi non riuscivano a spiegarsi come la tenda potesse essere bagnata senza che avesse piovuto).

La tappa di Esperance mi è piaciuta davvero. Ci siamo ristorati, riposati, e abbiamo goduto di alcune viste straordinarie. Sono stati tre/quattro giorni piacevoli che ci sono serviti anche a prepararci fisicamente e mentalmente per il grande salto: l’attraversamento del Nullarbor Plain, una distesa infinita (1500 km e più) di… niente, di un nulla puro, o almeno cosi me lo descrivono, attraverso cui ritorneremo in South Australia dopo circa 2 mesi. Lasciamo Esperance dopo aver fatto un bel pieno di benzina, ma soprattutto di acqua e cibo, che dovranno durare almeno quattro giorni.
Andiamo allora, è tempo di scaldare i motori!

=== ENGLISH ===

It’s been a long time since you heard from us, we know, and since then we have in fact travelled around four thousand kilometres and reached home, finishing our trip!!! But despite it being over, we still want to tell you about the last days of our trip, so if you will bear with us as we will tell you the rest bit by bit …. here’s the first instalment!

So last stop before crossing over the enormous Nullarbor Plain was to visit Esperance! My (Katie’s) aunt actually lives here but wasn’t there at the moment, unfortunately (but we had seen her in Perth). Before we got there however we drove up through the Stirling Ranges, staying there for one night. That was nice and very pretty, though there were a lot of flies and we parked our car in an unfortunate place, above which the birds loved to perch (we should have spotted that) and in the morning our car was very … dirty! More unfortunately, since I was still too sick and asthmatic to walk we weren’t able to do the walk up to the top of Bluff Knoll which would have been pretty amazing, I think. Instead we drove to the base of it which was still pretty nice and had some great views. From there we headed to Esperance where we stayed in a cabin while I tried to get finally and properly better! It was a lovely little cabin and we enjoyed the novelty of having a flyscreen door for two nights, with which you can keep the flies out. As usual, a kettle, a hotplate and a sink to wash the dishes are amazing bonuses to staying in a caravan park too. 🙂

Two days later we were ready to go again. We spent the day in Esperance driving from scenic beach to scenic beach (amazing beaches here!) before heading to Cape Range National Park to sleep the night and climb the Frenchman’s Peak (so named because the mountain looks like it is wearing a beret) the next day. On the way we stopped by Lucky Bay with such fine sand, the whitest you ever saw! We didn’t camp there however, but went back over to the campsite at Le Grand Beach which has a beautiful view of some of the islands of the archipelago and also faces almost westwards so gets beach sunsets. The campground was one place from full so lucky us, we got the last spot! The beach there at Le Grand Beach is also very beautiful, especially nice with the sun setting! The next morning we walked up Frenchman’s Peak, very steep and great views from the top – also very nice to be out walking again after being struck out with the cold and asthma.

 

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Amongst the tall trees of the southwest

=== ENGLISH (Italiano vedi sotto) ===

We left Margaret River and after a reasonably short drive we were in Pemberton, at the centre of three major national parks for Karri forest, the Gloucester National Park, Warren National Park, and the Beedelup National Park. We stayed the first night in Pemberton Caravan Park, a very nice caravan park with very friendly parrots. We didn’t buy any bird seed to feed them, but they were so used to being fed by guests that they hung out close to us anyway. I was very amused when one came and landed on Renzo’s shoulder as though they were old friends. Renzo, who has always been so afraid of birds that he will duck if one comes within 20 metres of him! But Renzo really seems to be warming to the colourful Australian parrots, and actually didn’t mind this one sitting on his shoulder (at least it wasn’t flying, he said). I was only sad I didn’t manage to get a photo before it flew away, although I got some photos of another parrot later on that landed on our camping table. I actually hope we will visit in Victoria (and am looking forward to see how Renzo will enjoy it), just before we come back to Canberra, a National Park where I went a lot as a kid where we used to put bird seed in our hands and get absolutely covered in parrots … not sure at all if it is still the same but I’m looking forward to see! We ate REALLY good barbecued sausages for dinner, from the little butcher’s in Pemberton. If you’re ever in the area, go there – they were the best sausages ever! The other nice thing about this caravan park for us (maybe not for other people since they can be a bit of a pest) was that we saw our first possums of the trip – a mother and her baby in the tree just by our tent, by torchlight.

The next morning it was time for a big and tall challenge – the Gloucester Tree. These are trees that were once used as fire lookouts (some still are); they have a ladder of sorts made of iron spokes hammered into the tree in a spiral – all the way to the top, in the case of the Gloucester Tree that is 60-something metres from the ground! I climbed one of these trees when I was fifteen (I don’t remember which one) and they were still the same – somewhat surprisingly there has not been some safety system with climbing harnesses introduced in the meantime. You climb at your own risk, with your heart in your mouth! Actually before we climbed the tree, we did the 10 km Gloucester Route walk through old growth and mixed old and new growth forest. It was really majestic and it’s hard not to take a photo of every amazingly tall tree you find (even though they all look pretty much the same later). The forest there is mostly karri trees, I think, but there are also marri trees (not as tall but with “pretty leaves”), jarrah trees and I thought some tingle trees, since they were hollowed out at the bottom, but I could be wrong. A nice thing about the Gloucester walk was that at about halfway you could exit the forest to a lavender and berry farm, where you can sit amongst the most beautiful gardens and have a iced coffee and/or scone. We saw a small bandicoot-like mammal there that I’ve never seen before, we think it might have been a quenda, and there were plenty of birds visiting, trying to steal bits of our afternoon tea! We were excited to be visited by a splendid fairy wren, so that we could take a good photo of him – usually they flit about so quickly it’s impossible (he’s the blue one in the photos)!

Then we walked back to the Gloucester Tree and climbed it. I think if the first stop had not been the top of the tree, I would not have made it – it would give me too much time to think about what I was doing. You just have to look at the next rung of the ladder and not look down! The view from the top out over the surrounding forest is amazing, and it’s something unique to look at the trunk of a living tree and know that it’s the one thing supporting you and the tower structure you are in! The scariest bit though, in my opinion, is to make yourself leave the safety of the observation platform at the top and put yourself back on the spiral ladder. I had the camera with me on the way down and I forced myself to stop and take a picture downwards! Step by step then, and we were back on solid ground again! It was really very exhilarating, makes it for me amongst the best highlights of our trip, and I was even doing it for the second time in my life!

We then went to camp in Warren National Park, at a very nice camping area amongst karri trees near the Warren River, along a dirt track called the Heartbreak Trail. It’s very peaceful there, and the resident kookaburras were very curious about us and seemed always to be watching what we were doing. They also sang, or “laughed”, a lot, so great to hear a group of kookaburras laughing all together, out of nowhere, in the dusk. The following day we wanted to do a 10km trail in that area, Karri forest that has never been touched, but I had got a little bit sick with a cold so the following day we fetched some medicine from the pharmacy in Pemberton and then hung out in the sun instead, enjoying the campground, hoping I would feel better by the next day so we could go walking. The next morning, we woke up to the sound of heavy pelting rain on our tent, and I was not feeling any better either – walking was not an option. We also didn’t want to leave the area without climbing the other two trees, nor dismantle our tent, which was so dry inside, in that pouring rain, so we decided to stick around yet another day. We drove into Pemberton again, then went south to Northcliffe to check it out, then we went to see the D’Entrecasteaux National Park on the coast, where it was not raining and it was really very nice too, with lots of flowers right up to the cliffs over the southern ocean. Renzo did a little walk along the cliff-tops – I was still sick (the cold was giving me problems with my asthma as well) – so I met Renzo with the car at the other end :-).

The next few days for me were still the same story – I was still sick, and it wouldn’t stop raining! We took advantage of a little sun to dry and pack up our tent, and we left Warren National Park without doing the walk we wanted to. We went to the bicentennial tree though (75m tall), which Renzo climbed to the top! I only managed it to the first rest stop, 25m up the tree, though the view from there was also very nice. From there we went to the Diamond Tree, a 50-something metre tree, which however looked more scary to me than the others since the last 10m or so to the platform were simply a vertical ladder, the spokes not even attached to the tree! I didn’t even try to climb it, I was panicking enough on the ground just watching Renzo climb the last vertical part, but he did it! He climbed all three trees, my brave boyfriend!!

From there we drove to Walpole, where the next morning we did the Treetop Walk amongst the Tingle Trees. These trees are famous not for being tall like the Karri trees but for being large – the “Giant Tingle Tree” that we saw on our way to the Treetop Walk had a circumference of 24 metres! They are often hollowed out at the base from bushfires, so you can walk inside them and get the idea of how big they really are. They have had to be protected, because apparently their roots are really shallow so even from people walking around outside them can damage their root system so much that they will fall. This is apparently what happened to one famous tree where, in the seventies, tourists would take photos with their car parked inside the tree. Now they have boardwalks around the largest trees and things like the Treetop Walk, where you can appreciate the forest from 40m above the ground. I really enjoyed it (actually more than the Treetop Walk, the one on the ground past many Tingle Trees), these trees are amazing too, with all their knots and burls they look like they belong in a fairytale forest and might come alive when you’re not looking :-).

After that we it was time to leave, with a little regret, the great forests of the southwest, heading through picturesque countryside to Denmark, and then on to Albany. We are gearing up to cross the Nullarbor Plain – though first we will stop in Esperance, which we will tell you about in our next post!

PS: we just got to the internet here in Esperance to hear some wonderful news: our friends Marghe & Giovanni have just welcomed a beautiful baby girl into the world. Congratulations Marghe & Giovanni and welcome little Teresa!!

=== ITALIANO ===

Lasciamo Margaret River quando il maltempo sembra essersene ormai andato, e con una breve tappa di circa un centinaio di km entriamo a Pemberton, una piccola cittadina che sorge in mezzo a colline verdissime e tre parchi nazionali, Beedulup Warren e Gloucester. Questi parchi nazionali contengono e proteggono tratti di foresta vergine, con alberi che raggiungono i 90 metri di altezza; sono i famosi alberi karri del WA, meastosi, altissimi e dal tronco grigio e incredibilmente slanciato e ritto. Quando ci si ferma sotto uno di questi pilastri si ha lo sguardo guidato verso l’alto dal fusto privo di rami fino all’ultimo terzo circa della sua altezza.

Arriviamo a Pemberton nel mezzo del pomeriggio e dopo la consueta visita al centro informazioni ci rifugiamo nel caravn park, dove un gruppo di volatili insolitamente amichevoli si dimostra subito interessato alle nostre attività: niente di che, montare la tenda e fare una doccia. Ma poi ci rendiamo conto che alcuni pappagalli sono soliti venire nutriti con semi dalle persone, e quindi si aspettano che tutti lo facciano. Ecco perchè ci sono cartelli in ogni dove nei parchi nazionali che invitano a non dare da mangiare agli animali, se no oltre ad ammalarsi possono diventare sfacciati, finanche aggressivi. Siamo tranquillamente seduti a leggere depliant e brochures delle attività che si possono fare nella Karri forest, quando un pappagallo atterra sul tavolo di fronte; ehi, è bellissimo e coloratissimo, bello finchè se ne resta a debita distanza. Dopo di che è un attimo, il simpaticone decide di venirsi a posare sulla mia spalla senza che io abbia fatto niente di particolare per invitarlo; sono immobile, non so cosa fare, un brivido scorre lungo la schiena J… questo se ne resta lì e non da segno di volermi lasciare; l’evento è cosi eccezionale che chiedo a Katie di prendere la macchina fotografica per immortalare l’evento, ma l’amico fa il prezioso e vola via. Che benvenuto! Un’altra fortuna che ci capita a Pemberton è di trovare un macellaio che vende carne buonissima a prezzo bassissimo; ne approfitteremo parecchio nei giorni a venire, anche perchè quì ogni dove vai c’è un barbecue per arrostirti due salsicce.

La nostra esperienza della Karri forest inizia il giorno dopo, con una breve camminata nel cuore di Pemberton, dove in una piccola porzione di foresta sono stati ricavati sentieri e percorsi per la mountain bike, e il Gloucester National Park. Questo parco ha un interessante mix di alberi vecchi e nuovi che possono essere facilmente individuati: il Karri è un albero altamente competitivo, ha bisogno di parecchia (ma parecchia) acqua per sopravvivere, il che rende difficile vedere due fusti di 90 metri molto vicini l’uno all’altro. Quando gli alberi sono vicini tra loro sono ancora giovani, e la lotta per la crescita e sopravvivenza non ha ancora deciso a chi assegnare l’onore e l’onere. Facciamo una bella camminata su un sentiero ad anello ben tracciato di 10 km, di cui poche centinaia di metri sono condivise con il Bibbulmun Track, un sentiero che si sviluppa per più di 1000 km (!!) e che parte dalle colline intorno a Perth e finisce ad Albany, sulla costa meridionale dell’oceano. Il nostro sentiero ci richiede un po’ di sforzo visto che è tutto un sali scendi; a circa metà strada ci fermiamo pure in una Berry & Lavanda Farm, dove producono e commercializzano prodotti a base di frutti di bosco e lavanda. Il tutto ha una location spettacolare in riva al fiume, e i colori della primavera fanno il resto; piccola sosta con massiccia iniezione di zuccheri, e si riprende il cammino per finire l’anello e goderci l’attrazione principale del parco: il Gloucester Tree, un albero Karri che si può arrampicare fino alla sua cima, 65 metri dal suolo!

Queste foreste sono molto preziose e allo stesso tempo fragili, per cui negli anni passati hanno dovuto risolvere il problema della prevenzione e avvistamento degli incendi boschivi, che quì possono essere davvero distruttivi. Ma non era facile avere un controllo efficacie di km e km di territorio, in una zona dalla bassa densità di popolazione e alberi alti fino a 90m a ostruire la vista. A questo punto qualcuno ha proposto di usare gli alberi, che sa intralcio sono diventati strumenti sonda. Hanno infatti adibito alcuni alberi a torri vedetta, cosi che uno si potesse arrampicare sulla cima e osservare intorno se un incendio divampava. Ora, di questi alberi ne sono rimasti solo tre su cui è possibile salire, e l’ascesa è un esperienza unica; mentre scrivo mi vengono ancora in mente certe sensazioni che ho provato salendo, la vista che ti si annebbia quando provi a guardare in basso, le gambe che improvvisamente incominciano a tremare, il flusso di adrenalina in corpo quando ti accorgi che ce la puoi fare. So che molte persone ogni anno salgono questi tronchi mastodontici, ma la mia più grande preoccupazione erano le vertigini, di cui mi ricordo che soffro particolarmente alle medie altezze (per chiarirci, non al primo piano di un palazzo e neanche in volo su un aereo di linea). Quindi sono rimasto parecchio sorpreso durante la mia ascesa di non soffrire di vertigini quando guardavo di sotto.

Abbiamo detto che il Gloucester Tree è stato il primo che abbiamo arrampicato. L’acesa si compie salendo delle barre di ferro conficcate nel tronco dell’albero, barre che salgono a elica intorno al tronco e che ti fanno guadagnare circa mezzo metro ad ogni passo. Con due mani ti tieni ad una, con le gambe sali quella sottostante. Il tutto sembra un gioco da ragazzi, ma c’è un piccolo particolare: non ci sono protezioni di alcun tipo! Non c’è una corda a cui ti assicuri in caso che una mano o un piede ti scivoli via, e la cosa mi ha alquanto stupito; non penso che in molti posti al mondo permettano, o addirittura pubblicizzano come attrazione turistica, una cosa come questa. Una coppia proveniente dal South Australia ci ha dato conferma di questo dubbio, dicendo che solo in WA puoi fare una roba del genere; apparentemente il WA ha regolamenti molto più permissivi  e meno severi degli altri posti. Decidiamo di salire comunque, e accorgerci delle difficoltà durante l’ascesa; la salita è adrenalinica, anche se arrivati in cima sento un po’ di disturbo dell’altezza, ma niente che mi impedisca di rendermi conto del posto in cui sono e di godere di una vista eccezionale sullla foresta e i pascoli  che vediamo tutto intorno. Anche la discesa richiede molta concentrazione, ma tutto scorre liscio e rimetto i piedi in terra con un sospiro di sollievo, ma anche con la voglia di farlo un’altra volta. Durante l’acesa mi sono fermato diverse volte a guardare sia sopra che sotto che davanti a me nel fitto dei rami, cercando di imprimermi nella mente le immagini di quello che vedevo; è stato entusiasmante!

Alla fine della giornata ci ritiriamo nel campeggio all’interno del Warren National Park, una perla. Tutto intorno è foresta di Karri vergine, e il campeggio è quasi in riva al fiume Warren  che scorre silenzioso nel mezzo del parco. Per raggiungere il posto, dobbiamo guidare l’heartbrake trail, un percorso sterrato con grandi pendenze che si snoda e si avvita nel mezzo del parco e che da delle viste eccezionali sulla foresta. Il suo nome, heartbrake (spaccacuore), da l’idea dello sforzo fatto per costruire questa strada sterrata, che doveva funzionare come via sempre contro gli incendi. Anche il posto dove campeggiamo è davvero piacevole; c’è un kookaburra che viene a controllare ogni poche ore come andiamo, ed è davvero un bellissimo esemplare dal colore giallo marrone, come non ne abbiamo visti finora. Rimaniamo in campeggio nel Warren national park per tre notti. Il secondo giorno ci godiamo una giornata di sole nella foresta senza far niente di particolare: lettura, scrittura, e i coloni di Catan (gioco). Purtroppo la pioggia ci sorprende la mattina del terzo giorno, e ci costringe a rimanere abbastanza nullafacenti, finchè decidiamo di prendere la macchina e in questo tempo miserabile andare a vedere il Parco Nazionale D’Entrecasteaux, un parco sconfinato che si estende per parecchi km lungo la costa meridionale del WA. Non è davvero il posto più memorabile che abbiamo incontrato sul nostro cammino, ma ha delle belle viste della costa a strapiombo sul mare che con la nebbia, la pioggia che nel frattempo si era attenuata e il freddo hanno un certo fascino.

Ma è il giorno seguente che ci regala ancora grandi emozioni. Ci sono ancora due alberi da salire. Il Dave Evance Bicentennial Tree (75 metri, il più alto punto vedetta al mondo nella sua categoria) e il Diamond Tree, a soli 52 metri di altezza. Ognuno di questi due è unico e regala una grande gioia una volta che si è salito. Il bicentennial Tree è alto, davvero alto! Quando ci arriviamo a mezza mattinata ci accorgiamo che c’è un po’ di vento, condizione non del tutto ideale; quando parcheggiamo la macchina e guardo alla cabina montata sulla sua cima, la vedo oscillare sensibilmente nel vento, oscillazione che potrà essere stata tranquillamente di mezzo metro, e che ti fa passare la voglia di salire. Inoltre nei due giorni precedenti ha piovuto parecchio, e le barre di ferro che formano gli scalini potrebbero essere ancora umide e scivolose. Ci sono stati cinque minuti in cui era più no che si; oltre alle condizioni sopra descritte, l’altezza dell’albero è davvero impressionante e mette un po’ in soggezione. Ma poi mi son detto ‘’Dai, sei qui ora e forse mai più. Vai!“, e sono andato! Katie purtroppo era un po‘ malata, per cui è salita fino alla piattaforma di riposo a circa metà salita. A metà salita mi sentivo bene, particolarmente felice di essere in quel posto e in quel momento. La salita mi è sembrata tranquillla, e sono arrivato alla seconda piattaforma in un tempo abbastanza breve; da lì, ci sono altre tre piattaforme che sono piani della stessa cabina, connessi da scalette a pioli. In questa sezione si ha la senzazione di essere più protetti, non si può cadere all’esterno della cabina a meno che ci si butti fuori, e la vista è davvero bellissima, l’impulso di continuare a salire è grande, la soddisfazione quando si arriva al top è grandiosa: troppo bello! Registro un breve video con la mia macchina fotografica per immortalare il momento, e quasi non voglio scendere; il vento non è cessato, la cabina oscilla ancora in modo sinistro, ma per goderti il momento devi poter sederti e respirare a pieni polmoni. E prenderti il tuo tempo. La discesa, con gli occhi spesso guidati verso il suolo, è lunga e piacevole, e la soddisfazione anche. Dopo il Bicentennial Tree guidiamo sulla Karri Forest Explorer, un percorso a tratti sterrato di circa 45 km che ti porta in mezzo a tratti di foresta per farti ammirare un po’ di natura, nel caso non ne avessimo vista abbastanza. A metà del percorso però lasciamo la Karri forest explorer drive per dirigerci verso il terzo albero da scalare, il Diamond Tree. Questo albero è significativamente più basso, solo (?) 52 metri di altezza, ma con un particolare unico che lo contraddistingue. Per accedere alla cabina di osservazione, dopo la solita salita sulle solite barre di ferro, bisogna salire una scaletta che non è attaccata al tronco dell’albero, ma solo a dei fili di ferro connessi all’ultima barra e alla pedana della cabina soprastante. È l’unico pezzo in cui non sei a contatto con il tronco, e la scaletta a pioli è abbastanza leggera per cui oltre ad oscillare si piega anche sotto il mio peso. Quando ci sono arrivato davanti mi sono fermato colto dalla sorpresa, ma poi sono andato avanti senza troppi drammi, raggiungendo la base della cabina a due piani; il secondo piano è chiuso a chiave perchè è ancora operativo (l’unico), e un ranger tiene d’occhio la foresta da questo punto di osservazione privilegiato (anche se quando sono salito io non era lì).

Bene, questo era l’ultimo albero da arrampicare, un modo unico per fare esperienza di                 questi colossi di legno, conoscere quanto sono preziosi per l’ecosistema locale e apprezzarne l’importanza e la bellezza. È stato proprio emozionante! Dal Diamond Tree ci spostiamo a Sud, presso Walpole, e l’attrazione del posto conosciuta in tutta l’Australia e pure oltreoceano: la Tree top Walk, la passeggiata tra le cime degli alberi. Per raggiungere il posto decidiamo di prendere una strada secondaria che passa ancora in mezzo alla foresta, e che ci permette di ammirare un gruppo di Tingle Trees, alberi dal fusto enorme e massiccio, famosi per avere una cavità alla base il che li rende alquanto singolari e interessanti. Non possiamo esimerci dallo scattare numerose fotografie con noi in posizioni esileranti all’interno del tronco dell’albero e imparare della loro incredibile (vista la stazza) fragilità: tingle trees sono caduti perchè la gente ci camminava vicino per troppo tempo. Le radici infatti si sviluppano molto vicino alla superficie, e il camminarci sopra per anni le danneggia e porta alla morte e caduta dell’albero. Per questo motivo tutto intorno a questi alberi si sviluppano delle passerelle dove si può camminare senza causare danni. Lasciamo i tingle trees e ci dirigiamo alla tree top walk. Per lo stesso motivo che ho già descritto, e cioè preservare la salute degli alberi, negli anni 90 in questa foresta hanno costruito una passerella alta 40 metri che permette ai visitatori di ammirare gli alberi in tutta la loro magnificenza senza distruggerne l’integrità. Ed in effetti la struttura è impressionante, un ponteggio di circa 500 metri che sale e scende gentilmente, fino a raggiungere il top nel mezzo del verde; è un’attrazione che qualsiasi visitatore del sud ovest del WA vuole vedere, ma in effetti non aggiunge molto alle emozioni già provate sui tre alberi che ho descritto in precedenza. È singolare, certo, e soprattutto ti fa tremare un po’ perchè tutti i ponteggi oscillano sotto il peso dei passi: a noi è capitato di camminare sincronizzati, e le perturbazioni delle nostre camminate si sono sommate a creare un movimento ascensionale della passerella che ci ha fatto attaccare al corrimano: sei sempre a 40 metri dal suolo, non è un saltino. Di fianco alla tree top walk un’altra passerella, questa volta ancorata a terra, ci porta a scoprire l’antico impero, un gruppo di tingle trees particolarmente vecchio e dalle formazioni uniche. Ci sono tronchi nelle cui spaccature ci potresti posteggiare una macchina, altri che formano una specie di tunnel in cui è divertente passare attraverso. Il tutto è un’interessante novità per me, ed è con rammarico che lasciamo la regione del sud ovest del WA, e le foreste di Karri e tingle trees, per dirigerci a Est verso Denmark (pausa pranzo a Fish and Chips, pesce e patatine) e Albany dove rinnoviamo il nostro pass per i parchi nazionali del WA per poter poi visitare il resto lungo la via che da Albany ci porterà all’ultima città in cui faremo tappa nel WA, Esperance. Ma questa è un’altra storia, e ve ne racconteremo nel prossimo post.

 PS: abbiamo appena ricevuto la favolosa notizia che i nostri amici Margherita e Giovanni hanno appena dato il benvenuto a questo mondo alla loro piccola Teresa. Congratulazioni ragazzi, e buon tutto!

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